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Thursday, 7 May 2009

Confessioni di un English Teacher

Non so come mi è venuto. Sarà stato che avevo dimenticato a casa i materiali che servivano per la lezione, o che si era rotto il lettore DVD del laboratorio rendendo inutili gli esercizi di ascolto che avevo preparato, o forse era semplicemente che volevo iniettare un po’ di oomph in una giornata di lavoro troppo piatta. Insomma, un motivo valido c'era e, se mi ricordo bene, sul momento mi è persino sembrato di aver avuto un'idea geniale.

Lo scambio iniziale tra me e gli studenti è andato più o meno così:

Io: Good afternoon, everybody!
Studenti: Good afternoon!…Hell-llo!…Buonase-e-era!*…Hi!…Bye…Cosa ha detto?…Ma questo non è il professore di Latino…
Io: Ok, today we're going to revise question forms, and I am going to…
Studenti: NOOOOOOOO!…Che palle!…do we must?…Cosa ha detto?…Teacher, is necessary?…Non doveva parlare di Sallustio oggi?…
Io: I'm going to give you the opportunity to invent your own questions…
Studenti: Seeeeee…Ma ci è, la gargatur'?…Statt' bun'…Teacher, today you do the spiritous…
Io: ..and, as a change from the usual routine, instead of me asking questions to you, today you can ask the questions to me.
Studente in prima fila: We can to ask everything?
Io: Yes, you can ask me anything you like**. If the question is grammatically correct, I will answer it.
Studenti nell’ultima fila: Mo ci divertiremo!
Io (imperturbato: Non vi imprisciare troppo…non riuscirete mai a mettermi in imbarazzo.

A questo punto, vedo uscire da zaini e borse in ogni angolo del laboratorio una serie di libri – Dictionary of Vulgar English, The Auxiliary Verb in Offensive Questions, Talking Taboo, and How to Embarrass the Fuck Out of Your Teacher – e tre data base linguistici. Un ragazzo vicino alla finestra chiama dal telefonino un cugino americano in Florida e si mette a scrivere appunti con una frenesia che fa pensare a qualche disturbo patologico.

Passati i dodici minuti concessi per l’invenzione delle domande, mi rivolgo alla classe: “Okay, so who would like to ask the first question?”

Una ragazza dolce e timida in prima fila poggia il rosario e alza la mano.

“What would you like to ask me, Maria Crocifissa?”

Mi sento tranquillissimo: tra l’altro, Maria Crocifissa, essendo convinta che l’inglese si possa imparare tramite l’intercessione della Madonna, non studia mai, ed e inconcepibile che riesca a farmi una domanda grammaticalmente corretta.

“Have you ever had sex with an animal?”

Tutto mi aspettavo tranne quest’uso impeccabile del Present Perfect. Rimango interdetto quasi quanto i compagni di classe della ragazza. “Well…there was a girl from Manchester who…but no, that’s not what you’re asking. No. Call me old-fashioned, but I have to confess I have not. And you?”

Maria Crocifissa riprende in mano il rosario e annuisce.

Per un attimo mi viene in mente di abbandonare l’esercizio e passare ad un dettato, ma poi mi sento in colpa per tutto l’impegno che i ragazzi ci hanno messo, e invito le altre domande. Se non mi sentissi così in imbarazzo al ricordo, ve ne racconterei.

* A Bari il termine "buonasera" contiene un minimo di tre "e".

** Lo so, lo so…

Friday, 16 January 2009

Confessioni pericolose: lo scheletro nell'armadio

Sono cose che pensi non possano capitare mai alla tua famiglia, se non negli incubi, ma purtroppo a noi è successo. Era un giorno come un altro a casa - il profumo del pane appena uscito dal forno, il suono del pianoforte che moriva lentamente sotto tortura da parte di mia sorella, i servi che facevano a botte fra loro per il privilegio di stirare la mia maglia dell'Everton - quando, all'improvviso, mio fratello Five apparse in cucina. L'arrivo di Five in ambienti contenenti alimenti* crea sempre scalpore: Five è l'unico essere sul pianeta che mangia più spesso di quanto respira, motivo per cui mio padre ha dovuto darsi alla coltivazione di quantità industriali di patate e noi fratelli gli regalavamo regolarmente le brochures per i corsi di studi in posti tipo Melbourne, Santiago e Vladivostok.

"Ho deciso a quale università voglio andare," annunciò Five - di colpo, il pianoforte non si sentiva più - mentre ingoiava un sacchetto di farina e mezzo chilo di lardo lasciati sul tavolo dal cuoco, il quale stava cercando disperatamente di mettere al salvo quattro gattini capitati per caso in cucina in quel momento e che Five stava già adocchiando con l'aria di un vicentino affamato.
"Che bella notizia!" esclamò mio padre.
"Evvai! Dove? Dove?" Mia sorella aveva percorso la distanza dalla sala musica in tempo record. "Il Politecnico dell'Antartica sembra una figata!"
"Io lo vedo più a Timbuktu," disse la nonna, stringendo la presa sul biscotto digestivo che aveva in mano. "Magari, col caldo il metabolismo gli si aggiusta."
Mia madre scosse la testa. "In Africa hanno già difficoltà a nutrire i popoli senza che li mandiamo Five. Non sarebbe…."
"Non preoccuparvi per l'Africa!" Five acchiappò nella bocca una mosca che gli stava passando davanti. "Mmm! Buono!…Vado a studiare ad Edimburgo. Sento già che la Scozia fa per me!"

Così cadde il silenzio. Così cadde l'onore della famiglia.

* mo', chi sono? Il poeta del quartiere?!!