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Friday, 19 April 2013

Bari International


Tra le tanti doti degli abitanti di Bari, quello che forse colpisce di più il visitatore è la capacità dei cittadini del capoluogo pugliese di appropriarsi delle ricchezze culturali (e non solo) di altri popoli. San Nicola è stato preso in prestito permanente da Myra, la città vecchia si vanta delle proprie origini arabe, e il senso civico proviene da un altro pianeta. È nota, inoltre, da decenni, l’esistenza di un gemellaggio culturale tra Bari e Parigi (vedi http://baripaul.blogspot.it/2008/07/bari-lezione-di-cultura-per-i-parigini.html), che ha portato alla diffusione nella testa di molte signore baresi non solo dell’idea che “elles sont Catherine Deneuve” ma anche che possono parcheggiare la macchina dove cavolo vogliono.

Con il terzo millennio, però, è arrivato un nuovo capitolo nel fare proprie le risorse degli altri: il barese ha cominciato ad adocchiare la lingua inglese. Non è un’impresa facile: impossessarsi di una lingua richiede molto più tempo e molta più furbizia della rimozione delle ossa di un santo, anche quando per avere la reliquia in questione bisogna andare a vincere fuori casa in Turchia. E in effetti, i primi approcci del barese alla lingua di Shakespeare non sono stati incoraggianti. Basta pensare alla famosa insegna che accoglieva i turisti all’aeroporto (“Welcome in Bari”) o all’insistenza di chiunque sia nato qui nel chiudere ogni “a” in “e”: “I love the rep!” [non nel senso di “Amo il commesso viaggiatore!" ma come apprezzamento della musica rap]; “He is pest this morning” [“He passed by this morning”]; “I go to met you” [I’m going to speak to Matthew”].

Recentemente, però, le cose hanno cominciato a cambiare. Confesso che quando, qualche settimana fa, un’impiegata alla posta ha pronunciato correttamente il mio cognome al momento di consegnarmi una raccomandata, non mi sono preoccupato più di tanto; ho attribuito l’accaduto al semplice fatto che era raffreddata. Ma poi, durante il weekend di Pasqua, un uso spaventosamente corretto del Present Perfect Continuous da parte di un controllore che parlava in treno con dei turisti coreani mi ha messo in allarme. E domenica scorsa, passeggiando a Japigia (non chiedere!), ho avuto la conferma incontrovertibile di quello che temevo:





I baresi ormai non solo hanno la padronanza dell’apostrofo ma sanno usare (e sanno usare bene!) i phrasal verbs. Il giorno è arrivato: non avete più bisogno di me. My work here is done. Me ne vogg.

Sunday, 11 December 2011

Maria Crocefissa - Il Ritorno

Quando ero bambino, l’imminenza di Natale si capiva dal profumo dei mandarini appena sbucciati; da un po’ di anni a questa parte, però, la testimonianza più affidabile della prossimità del compleanno di Gesù viene fornita dall’aroma di pelle non lavata che precede, di ben 15 secondi, l’arrivo sulla soglia del mio ufficio di Maria Crocefissa.

“Professò!” La tradizione vuole che io – momentaneamente stravolto dalla raffica di alitosi che fuoriesce dalle sue labbra – non risponda subito, anche perché il mio cervello è impegnato in un monologo interiore della serie: “To breathe, or not to breathe, that is the question: Whether tis’ nobler in the mind to suffer The stinks and horrors of outrageous hygiene, Or to take arms against the dread cozzala, And with a mazza end her…”

“Professò, volevo salutarvi, professò.” Il suo saluto non cambia mai di una sillaba. Usa gli appellativi come virgolette e enuncia ogni vocale con una smorfia che ti fa pensare che debba soffrire di emorroidi (una riflessione che, per salvaguardare la propria salute mentale, va soppressa più velocemente di un topo rabbioso).

“Professò, vi posso lasciare questo, Professò.” Il “questo” a cui fa riferimento è la lettera che lei scrive ogni anno a Babbo Natale. Da quando, qualche anno fa, le ho regalato un campione di dentifricio alla cozza lasciatomi dal rappresentante di una casa farmaceutica di Fesca, Maria Crocefissa si è convinta che io abbia un rapporto diretto con Santa Claus, e quindi fà sempre in modo di consegnare a me il lungo elenco dei suoi desideri. Con mano sudicia mi porge il foglio, mentre io sento iniziare un attacco di iperventilazione. “Professò, angora nu uei, Professò?”

“No, no. No problem. Puoi lasciarla… lì… lì, su quel… su quel… su quel giornale.”

“Vi ringrazio, Professò, vi ringrazio.” Appena fuori dalla porta si ferma e si gira. “Professò, se vi capita di nuovo di quella aggarbata crema abbronzante che mi avete regalato una volta, non mi offendo, Professò.”

Aspetto che la qualità dell’aria migliori, tiro fuori i guanti di gomma (accessorio ormai indispensabile per chi lavora al contatto con un certo tipo di pubblico) e comincio a leggere...